Amó tùrnå![1]

A chèl mónt ché

s'è sèmper dré a patéser.

L'è quant sa sentóm bé

chè pensóm mìå al dumà.

Ma quant chè 'l dumà l'è ché,

pòtå!, sóm mìå chè fa

e cumincióm amó a patì.

 

Di nuovo!

[Traduzione letterale]

A questo mondo

si soffre sempre.

È quando ci sentiamo bene

che non pensiamo al domani.

Ma quando il domani arriva,

caspita!, non sappiamo che cosa fare

e ricominciamo a soffrire.

 

 

Lo scoglio

[Metamorfosi poetica]

Sempre si rigurgita

qui in vita,

ma nei momenti di bonaccia

non pensiamo.

Così

quando arriva la nemesi del dopo

si attracca

allo scoglio

di ciò che - solo - è conosciuto.



[1] La poesia è stata scritta in dialetto ghedese, seguendo i criteri di trascrizione fonetica e di accentazione tonica descritti in Celeste Chiappani Loda, A Ghét sa parlàå isé. A Ghedi si parlava così. Studio dialettologico, dattiloscritto, pp.12-14. Al testo originale seguono una traduzione letterale e una trasformazione poetica. La prima ha lo scopo di rendere comprensibile il testo dialettale, mentre la seconda di creare una versione poetica in italiano. L'operazione è stata applicata alle altre poesie citate in fondo a questa pagina. Nel caso della poesia presentata qui, la seconda versione ha assunto una propria vita, assai differente dal dettato dialettale, che incarna la filosofia della gente povera vissuta a Ghedi dagli inizi del Novecento al termine del secondo conflitto mondiale.

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